L'isola del Diavolo - Racconto di avventura



La vicenda è ambientata nel 18° secolo nel mar dei Caraibi. Da perfetto razionalista, Jean Baptiste Moriel, scienziato e naturalista, studia la cattiveria e la malvagità. E' convinto che la vita sia giunta dallo spazio e pensa che anche una nuova malvagità sia arrivata da lassù, portata dai frammenti di una cometa malefica caduta sulla terra, portando influssi negativi proprio in quella parte del mondo che ha visto la strage dei maya, gli orrori della schiavitù e della pirateria. Ma navigando in quei mari infidi, proprio i pirati assaltano la sua nave e lo catturano portandolo alla Tortuga, dove tuttavia farà un incontro imprevisto quanto affascinante...

***
Nota personale

Ho sempre sognato di scrivere un libro così. Pirati, galeoni, mari ventosi e assolati, belle donne, mistero e superstizione... narrazione epica e prosa ricercata come nei bei romanzi dell'800 che leggevo da giovane. Eh!Eh! Mi sono divertito un mondo!



Personaggi e Luoghi


Jean Baptiste Moriel
Giovane gentiluomo seguace dell’illuminismo, di Voltaire, Newton e Diderot. Razionalista e studioso di ogni sorta di scienza e fenomeno, naturale o sovrannaturale.


Gideon Lafouche
il suo assistente, un po’ goffo, ma molto volonteroso e spesso arguto.


Laurent Lamort
Capo di una grossa banda di pirati, insediata alla Tortuga.


Lucine
La donna di Laurent Lamort, innamorata di lui e desiderosa di una vita normale.


Helena
La figlia di Lucine e di Laurent, una ragazza bellissima e benvoluta da tutti.


La Tortue o Tortuga
L’isola dove si trova il covo più importante dei pirati dei Caraibi, a nord di Hispaniola, nel mar dei Caraibi.


Padre Francisco
Prigioniero dei pirati da molto tempo, li assiste spiritualmente come può ed é diventato il padre spirituale di Lucine


L’isola del Diavolo
Da qualche parte nel Golfo dei Carabi, la si dice piena di tesori ma chiunque sia sbarcato non é più tornato.




Cronologia

La vicenda si colloca circa nel 1750. Dopo il trattato di Utrecht (1727) le potenze europee si accordano per far cessare la pirateria sponsorizzata dagli stati. E’ possibile che quella non ufficiale sia continuata ancora per qualche decennio per poi esaurirsi. La pirateria si instaura in Giamaica (di cui Henry Morgan diventa pure governatore) e raggiunge il suo massimo splendore nel 1655. In quel periodo Newton (1642-1727) ha già diffuso i suoi studi; Voltaire pure. Nel 1682 Halley ha scoperto la cometa con il suo nome.

Nel mar dei Carabi, al largo della Guyana, esiste una Isola del Diavolo, ma quasi certamente non é quella di cui si parla in questa vicenda.


***


Capitolo 1°
L'abbordaggio della “Terrible”


Jean Baptiste Moriel era in piedi sul castello di prua, un piede appoggiato alla base del parapetto e una mano appesa ad una sartia, attento ad assecondare il beccheggio della nave che avanzava velocemente sotto la spinta di un vento fresco e costante.

Si trovava in mezzo all'Atlantico e la Sirène, il mercantile armato su cui Moriel e il suo assistente si erano imbarcati due settimane prima, aveva agganciato gli alisei a sud ovest delle Canarie e da allora aveva sempre viaggiato alla notevole andatura cui era capace, sollevando due ampi baffi spumeggianti a prua.

Proprio sulla cresta di quell'onda creata dal bastimento, due grossi delfini guizzavano facendosi trasportare a tutta velocità, quasi giocando con la nave che per un momento sembrava sopravanzarli e, un momento dopo, doveva arrendersi alle loro incredibili velocità e maestria. Dosando abilmente le spinte delle loro schiene poderose, infatti, quelle due meravigliose macchine marine sfruttavano con grande efficienza la spinta della nave, navigando alla stessa velocità senza consumare quasi alcuna energia.

Moriel, da studioso di ogni sorta di scienza, osservava ammirato i delfini e si era subito concentrato sullo stile inusuale del loro nuoto, fatto di potenti colpi verticali della loro coda, una perfetta pala orizzontale per spingere, ma capace di torcersi di lato per virare e guizzare a prodigiosa velocità. Quanto goffi e inefficaci erano gli umani, e lui stesso, che comunque si era scoperto molto più abile della maggior parte dei marinai che manovravano quella stessa nave.

Mentalmente, Moriel aveva cominciato ad osservare il moto dei delfini con occhio scientifico immaginando, sotto la pelle traslucida di quei cetacei, il meccanismo che avrebbe potuto sostituirsi a quei muscoli e generare lo stesso movimento, magari alimentato da una delle macchine a vapore del geniale Newcomen, che già funzionavano in America, o quelle più leggere e ancora più promettenti del giovane James Watt, con cui Moriel aveva da tempo iniziato una proficua corrispondenza.

Le idee si accavallavano e Moriel sentì il bisogno di un foglio di carta e di una penna per mettere al sicuro le immagini e gli schemi che si facevano sempre più complicati nella sua mente. Proprio in quel momento il grido di un gabbiere lo fece trasalire e lui si scosse, rabbrividendo per uno spruzzo che lo colpì sul volto. La nave stava leggermente virando e il rollio era cambiato facendosi molto più fastidioso e imprevedibile.

Moriel si voltò e percorse tutto il ponte per tornare verso la sua cabina, senza distrarsi perchè non voleva dimenticare i suoi pensieri. Entrò nella cabina proprio mentre la nave ondeggiava all'indietro cosicchè fu catapultato dentro di slancio, generando un sussulto di paura nel buon Gideon Lafouche che, seduto all'unico tavolo al centro, stava lavorando su un grande disegno pieno di cifre e annotazioni. Temendo che Moriel gli rovinasse addosso, Lafouche si affrettò ad afferrare il grosso calamaio, togliendolo di mezzo prima che si rovesciasse e imbrattasse il suo lavoro di settimane. Poi, mentre Moriel richiudeva la porta più tranquillamente, dopo aver riacquistato il suo equilibrio, rimise a posto il calamaio, osservando il suo padrone da sopra gli occhiali a stringinaso che gli ornavano il volto raggrinzito e grigiastro.

«Avete visto un mostro marino, per caso?»

«Certo che no. Lo sapete che non credo ai mostri. Ho soltanto visto un'altra meraviglia della natura di cui vorrei tanto carpire i segreti. Datemi carta e penna, presto!»

Moriel prese il foglio bianco e la penna che Lafouche gli aveva allungato, mettendosi alacremente a scrivere appunti, seduto ad un angolo del tavolo, mentre il vecchio assistente sbirciava allungando il collo.

«Pesci? Ma non siamo qui per i pesci.» Commentò perplesso.

«Il delfino non è un pesce – rispose Moriel, senza smettere di scrivere e con il tono paziente di un maestro di scuola verso un allievo troppo svogliato – ma un mammifero, più esattamente un cetaceo del genere Delphinidae. In ogni caso un animale prodigioso. Ce ne sono due qui fuori che saprebbero precederci ai Caraibi dove siamo diretti senza il minimo sforzo.»

«Non mi piace il pesce. Mi fa mal di stomaco, soprattutto quello secco e puzzolente che continuano a propinarci a bordo di questa nave. E temo che dovremo sopportarlo per un altro bel pezzo, purtroppo - poi, gettando un'altra occhiata ai vari disegni e schemi con cui Moriel aveva riempito il foglio - in ogni caso i pesci non c'entrano un bel niente con il Male, nè con le comete, io credo.»

«Credete bene, mio buon Gideon. I delfini sono solo un interessante diversivo che ha colpito la mia attenzione mentre verificavo la nostra posizione. In effetti niente dovrebbe distrarci dalla nostra missione principale e dalla ricerca della verità, e niente lo farà». E così dicendo, Moriel piegò il foglio di appunti appena terminato, infilandolo rapido in una grossa cartella di cuoio che era posata a terra, a lato del tavolo. Poi, tornando a rivolgersi al suo assistente:

«A che punto siete con la mappa – chiese, indicando il grande disegno cui stava lavorando Lafouche – avete concluso qualcosa?»

Lafouche scosse il capo, togliendosi gli occhiali e massaggiandosi la sommità del naso con due dita, strizzando gli occhi stanchi.

«Le mappe e le altre fonti di cui disponiamo sono troppo imprecise – rispose con tono un po' lamentoso – alcuni sono solo degli schizzi molto sommari, tuttavia nell'area si possono individuare delle strutture circolari. Ovviamente molte parti sono sommerse, altre sono state erose dal tempo o coperte dalla vegetazione, ma credo che la vostra idea non sia del tutto sbagliata.»

«Sbagliata? Lo vedremo se è sbagliata! Sono certo che sia giustissima, invece, e quando torneremo in patria e presenteremo le nostre conclusioni alla comunità della scienza, il mondo farà un balzo in avanti senza precedenti, amico mio, potete starne certo.»

«Vorrei avere il vostro entusiasmo, signore – ribattè Lafouche, con lo stesso tono rassegnato e grattandosi con vigore sotto l'ascella, dove la stoffa non lavata gli stava procurando da qualche giorno sensazioni piuttosto sgradevoli – ma forse è perchè sono vecchio e logoro e i balzi in avanti o indietro, ormai, non fanno più per me. Tuttavia riconosco che liberarci dal Male sarebbe una gran cosa. Magari potrebbe venirne qualche comodità in più per la mia vecchiaia, che sta avvicinandosi a gran velocità, o un po' più di considerazione. Ma mi basterebbe anche solo un po' di compassione, acqua fresca e legna per il fuoco.»

«Non solo considerazione, ma anche giustizia, equità e maggiore libertà per tutti, caro Lafouche.»

Moriel si era alzato in piedi, ora, e si era messo a declamare a gran voce camminando avanti e indietro per l'angusta cabina, con lo sguardo ardente rivolto ad ammirare le sue idee e le sue aspirazioni che, come quelle di tutti i giovani scienziati del suo tempo, erano grandiose e rivoluzionarie. Con rassegnazione, il buon Lafouche si accinse ad ascoltare per l'ennesima volta la teoria che aveva spinto l'azione instancabile di Moriel negli ultimi due anni.

«Il Male ha avuto anche troppo tempo per avvolgere il mondo nei suoi miasmi crudeli. Tutti noi ne abbiamo respirato l'alito fetido e abbiamo patito della sua presenza; noi, ma soprattutto coloro che abitano il Nuovo Mondo e si sono affacciati per la prima volta alla civiltà e al progresso. Perchè è indubbio che il Male ha avuto proprio in quei luoghi una particolare virulenza. Tutte le testimonianze dei conquistadores parlano di popoli soggetti a pratiche particolarmente sanguinarie: sacrifici umani di massa, schiavitù, guerre senza fine. E poi l'arrivo stesso dei conquistadores si è trasformato in una carneficina, più che un'occasione di progresso e di civilizzazione. Quindi la vergognosa tratta degli schiavi che è nata e si è sviluppata proprio per favorire la coltivazione della canna da zucchero nelle isole caraibiche, e infine, per buon ultimo, il terribile flagello della pirateria, con tutto il seguito di lutti e rovine che essa sta portando all'economia e alle popolazioni di quella parte del mondo.»

«Veramente, io non ci vedo nulla di diverso da quello che è accaduto in Europa negli ultimi secoli, anzi millenni – obiettò tranquillamente Lafouche, che non aveva alcun timore di confutare i ragionamenti del suo padrone – credo sia una caratteristica dell'uomo quella di sentirsi in dovere di sterminare i suoi simili. Certo abbiamo visto anche noi le comete, ma...»

«Ma qui è successo qualcosa di peggio! – lo interruppe Moriel, sempre più preso dal suo ragionamento - Qui una cometa non solo ha esercitato il suo influsso malefico, com'è indubbiamente accaduto varie volte in Europa, ma è addirittura precipitata sulla terra secoli orsono, piantandovi permanentemente il seme del Male. Se noi proveremo questo e, anzi, se noi riusciremo ad individuare quel seme e ad estirparlo, porteremo un grande beneficio alla popolazioni di quella parte del mondo e, indirettamente, a tutti noi.»

Lafouche stava per obiettare di nuovo, ma fu interrotto da un grido che risuonò all'esterno. Immediatamente si udì un gran tramestio di passi e altre grida si succedettero ad indicare una grande agitazione tra l'equipaggio.

Moriel e Lafouche si scambiarono un'occhiata interrogativa. Poi, prima che potessero dire qualcosa, risuonò un boato lontano e un rumore come di tela strappata lacerò l'aria, per finire con un tonfo e uno scrosciare d'acqua che investì l'unica finestra della loro cabina.

Moriel e Lafouche si alzarono e si diressero all'esterno come un sol uomo. Arrivati sul ponte incrociarono diversi marinai che correvano in tutte le direzioni e due di essi che portavano delle palle di cannone. Poi, affacciandosi alla murata videro il motivo di quell'allarme: ad alcune centinaia di metri di distanza, dietro e a sinistra della loro nave, un altro veliero li inseguiva, sbandato per l'azione del vento.
Sull'albero maestro era dispiegata una grande bandiera nera.

Pirati! Moriel e il suo assistente rimasero impietriti a fissare la grande nave, molto più grande e armata di quella su cui si trovavano. Non c'era dubbio su chi potesse essere il vincitore della gara e dello scontro.

Il capitano della Sirène lo aveva già capito e infatti, nonostante i tre piccoli cannoni della fiancata di sinistra fossero già stati caricati e messi in posizione, nessuno pensò di fare fuoco e anzi, ad un cenno del capitano, i marinai ai pezzi spensero le micce immergendole in un barilotto d'acqua disposto sul ponte.

Poi il capitano ordinò al timoniere di poggiare e di mettere al bando le vele, rallentando vistosamente. In pochi minuti la nave pirata accostò a sinistra, rallentando anch'essa e infine affiancandosi al mercantile, mentre alcuni pirati lanciavano dei grappini per collegare le due navi che ora procedevano di conserva, grazie all'abbrivio.

Gli altri pirati erano affacciati alle murate o aggrappati alle sartie, gesticolando e agitando pistole e spadoni e lanciando oscene grida di scherno. I marinai della Sirène, invece, erano impietriti e silenziosi e molti si facevano il segno della croce, presagendo una morte terribile e imminente.

Solo il comandante ostentava una certa calma e sicurezza, e lo stesso si poteva dire di Baptiste Moriel, che osservava anche questa inattesa rappresentazione umana con l'interesse e il distacco dello studioso.

Il povero Lafouche, invece, bianco come un cencio, era arretrato fino a posarsi con le spalle alla parete della paratia del castello di poppa, e lì era rimasto, smarrito e paralizzato dal terrore. La fiancata della nave pirata sovrastava di circa due metri quella della Sirène e quindi fu agevole per un gruppo di pirati calarsi da uno scafo all'altro usando delle funi agganciate ad un pennone.

Uno dei pirati era vestito in modo più vistoso degli altri e a lui si rivolse il capitano della Sirène, offrendogli la spada con un inchino di sottomissione.
«Vi cedo la nave e chiedo misericordia per la mia vita e quella dei miei marinai – esclamò il capitano – abbiamo un carico di verghe di ferro, lana di scozia e tela di cotone destinati al nuovo mondo. Siamo mercanti e non vogliamo combattere. Spero che giungeremo ad un accordo conveniente per tutti.»

«Sono Laurent Lamort, capo pirata e comandante della Terrible – rispose il capo dei pirati con un sorriso cui non mancava una certa simpatia – accetto la nave e il carico in nome dei Fratelli della Costa. Siete stato saggio a riconoscere subito la vostra inferiorità e questo vi risparmierà la vita, visto che, rinunciando ad una inutile lotta, avete risparmiato quella di qualcuno dei miei uomini. Tuttavia sappiate che non accetterò alcun rifiuto o ribellione.... e dovrete consegnare tutte le armi.»

Il comandante della Sirène annuì chinando nuovamente il capo e, poi, voltandosi ad osservare i suoi marinai, estrasse dalla cintura che aveva in vita una grossa pistola, posandola su un barile davanti ad uno dei pirati. Immediatamente tutto il resto dell'equipaggio fece lo stesso e un grosso mucchio di spade, moschetti, pistole e vari strumenti di offesa si formò rapidamente sul ponte, controllato da due pirati armati di grosse pistole. Sbrigata la pratica più immediata della conquista, e inviati due dei suoi uomini nella stiva a controllare il carico della nave appena catturato, il capo dei pirati si volse verso Moriel, che aveva adocchiato già un pezzo. Moriel, infatti, non faceva nulla per nascondersi e anzi aveva assistito a tutta la scena con vivo interesse, allungando il collo per sentire ogni parola, distinguendosi per l'alta statura e l'aspetto signorile dal resto dell'equipaggio. Il capo pirata si avvicinò con pochi passi al giovane scienziato, rivolgendogli un radioso sorriso. Poi chinò il capo e sventolò una mano in un accenno di saluto, invitando Moriel a presentarsi. Inchinandosi a sua volta, rigidamente, Moriel rispose all'invito:

«Jean Baptiste Moriel, medico e scienziato, membro dell'Academie Francaise e ora in viaggio verso i Caraibi per una importante ricerca sulle radici del Male » dichiarò con una certa pomposità.

«Le radici del male?!» Il capo pirata squadrò Moriel con un sorriso di stupore.

«Le radici del male!» ripetè Laurent Lamort voltandosi verso i suoi pirati, dai quali arrivò una sonora risata di derisione.

«Siamo noi le radici del male!» Sogghignò Lamort tornando a voltarsi verso Moriel con evidente sarcasmo.
Ma Moriel non si lasciò intimorire e, irrigidendosi in tutta la sua altezza, ribattè senza il minimo cenno di timore.
«Non sono d'accordo – disse – Sono sicuro che tutto questo male non è colpa vostra, o almeno non è solo colpa vostra – ripetè, calcando la voce su “solo” - e quando vorrete, sarò pronto a spiegarvelo.»

«Bene! Lo farete presto. – rispose il capo dei pirati, cancellando ogni traccia di sorriso. Poi, voltandosi verso i suoi, abbaiò con voce tonante alcuni ordini – Dieci di voi su questa nave a controllare l'equipaggio. Gli altri tornino sulla Terrible. Ci portiamo via il bottino tutto intero e facciamo vela verso la Tortuga!»

Poi, tornando a voltarsi verso Moriel « Voi siete dottore, avete detto. E' così?»
«Sì, ma...»
«Voi venite con me sulla Terrible. C'è un uomo ferito da curare. Prendete i vostri ferri e sbrigatevi!»

Poi si voltò di colpo e con un balzo agilissimo si aggrappò ad una fune che penzolava dalla nave più grande, issandosi sulla murata ondeggiante con pochi strattoni ben calcolati. Sotto l'ampia casacca colorata, la bandoliera di cuoio e il cappellaccio piumato, Laurent Lamort doveva nascondere dei muscoli poderosi.

Moriel vide due pirati avanzare verso di lui con sguardo torvo, puntando un grosso archibugio e facendo cenno verso la porta della cabina. Senza por tempo in mezzo arretrò, portandosi dietro il sempre pietrificato Lafouche. Uno dei pirati lo seguì all'interno e continuò a controllarlo mentre Moriel prelevava dai suoi bagagli una piccola borsa di cuoio, con una selezione di ferri chirurgici, e poi un'altra borsa squadrata che conteneva una serie di flaconi pieni di vari liquidi. Lafouche non gli era di nessun aiuto, visto che tremava come una foglia e non riusciva a calmarsi. Moriel lo prese sottobraccio e lo condusse verso la porta mentre il pirata lo fissava con occhi di fuoco.

«Lui viene con me. E' il mio assistente e mi serve. » Spiegò Moriel con aria decisa.

Il pirata si fece da parte, e i due gli passarono davanti uscendo nuovamente sul ponte. Moriel non avrebbe lasciato solo Lafouche. Il suo vecchio assistente era così fuori di sè che, lasciato solo, avrebbe certamente fatto qualche sciocchezza, come gettarsi in mare o cose del genere, e lui non voleva perderlo. Così, spingendo davanti al sè il pover'uomo tremante e malfermo sulle gambe, Moriel si arrampicò a sua volta, ben più goffamente, sulla murata torreggiante della nave pirata, strattonato e schernito da alcuni pirati che cercavano apparentemente di aiutarlo, ma che, invece, lo spintonavano o lo colpivano con schiaffi e rapidi pugni cercando di metterlo in difficoltà. In un modo o nell'altro, sempre tenendo stretto un braccio del povero Lafouche, Moriel continuò ad arrampicarsi in silenzio, trattenendo la rabbia e riuscendo a superare, finalmente, con il compagno, l'alto parapetto e ricadendo sul ponte superiore.

Un secondo dopo le due navi si staccarono, le cime furono ritirate, le vele ruotarono a prendere il vento e i due scafi ricominciarono a navigare liberi seguendo ognuno la propria onda. Il pirata con l'archibugio aveva seguito Moriel e Lafouche fin sulla nave pirata e ora continuava a puntare loro addosso la grossa arma indicando con gli occhi una scala che scendeva nel ponte inferiore. A Moriel non restò che obbedire. Le due navi avevano riacquistato una buona velocità e navigavano di conserva. La Sirène più avanti di qualche centinaio di metri, la Terrible più indietro, sopravvento, da dove avrebbe avuto gioco facile ripiombare sulla sua preda se avesse tentato di fuggire.

Moriel e Lafouche – quest'ultimo un po' rinfrancato nel constatare che, tutto sommato, i pirati non gli avevano fatto niente di male – erano scesi nel ponte inferiore percorrendone una buona parte, tenendosi in piedi a fatica per lo sbandamento della nave e per il dover evitare, ad ogni passo, il gran numero di amache che erano appese ai bagli del ponte superiore.

In effetti, pur essendo molto più grande della Sirène, la nave pirata era ingombra di ogni sorta di materiale, casse, barili e sacchi, accatastati ovunque ci fosse un po' di spazio. Senza contare la presenza di due lunghe file, da un lato e dall'altro della nave, di enormi cannoni sui loro affusti, alcuni dei quali, notò Moriel, erano ammaccati e semidistrutti, colpiti da palle di cannone e da miriadi di schegge che in molti casi avevano reso inservibili gli affusti e ammaccato gli stessi cannoni.

Anche la fiancata era danneggiata. Erano visibili grossi squarci sul fasciame mentre altri erano stati riparati alla meglio con tavole e pezzi di tela inchiodati per frenare l'ingresso dell'acqua di mare. In effetti un lato della nave (quello non visibile durante l'abbordaggio della Sirène) era molto danneggiato per quelli che sembravano gli effetti di una battaglia navale piuttosto recente.

Era chiaro che la nave pirata, prima di impadronirsi della Sirène, aveva combattuto con un'altra nave che aveva venduto cara la pelle. Forse l'uomo ferito di cui aveva parlato il capitano era proprio una delle conseguenze di quello scontro. Il ponte di batteria era parzialmente illuminato da raggi di luce che filtravano dai rari boccaporti sul soffitto.

I due prigionieri, sempre guidati o meglio spinti dal pirata con l'archibugio, arrivarono ad un'altra scaletta che scendeva ad un livello ancora inferiore, a mezza nave e qui ad una cabina chiusa da una tenda: l'infermeria.

All'interno Moriel ritrovò il capo pirata che stava in piedi accanto ad un tavolaccio su cui era disteso un uomo, pallido e perlaceo come se fosse morto. Ma respirava, anche se il petto si sollevava appena. Il corpo era lungo e imponente anche se, a causa della ferite e stravolto dalla febbre, adesso si era come afflosciato sul tavolaccio. Dalla vita in giù era coperto da un telo sporco di sangue.

«Miguel è il mio secondo e un caro amico – disse il capo pirata con voce bassa, nella quale vibrava una sorprendente commozione – il mio chirurgo, nonchè barbiere di bordo, è morto a causa di una scheggia e quindi non c'è nessuno che possa salvargli la vita. Fatelo voi e io salverò la vostra e quella del vostro amico, se anche per voi l'amicizia conta qualcosa.»

Moriel non disse nulla e scostò il telo rivelando una gamba squarciata dall'inguine al polpaccio, gonfia e giallastra per l'infezione. Un odore nauseabondo crebbe ancora di più nella stanza, che già odorava terribilmente per tutte le morti che doveva aver ospitato. Lafouche si era trasformato e, all'occhiata di Moriel, aveva rapidamente aperto la borsa del suo padrone estraendone un grembiule di tela cerata.

«Faccio bollire dell'acqua. – mormorò uscendo dalla stanza, osservato con un'occhiataccia dal pirata con l'archibugio. Ma un cenno del capo pirata eliminò qualsiasi opposizione – Poi porterò aceto caldo e delle bende bollite. Molto aceto e molte bende.»

Fu un lavoro lungo, prima nella semioscurità dell'infermeria, per lavare a lungo la ferita con l'acqua bollita e con l'aceto, e poi sul ponte, dove Moriel aveva insistito di far portare il ferito, perchè potesse giovarsi dell'aria pulita e del calore del sole, nonostante i mugugni che questa scelta inconsueta aveva provocato nell'equipaggio. La luce del sole era servita a Moriel, oltre che a rincuorare il ferito, anche a illuminare bene i muscoli e i tendini lacerati che ebbero bisogno di un lungo lavoro di ricucitura, e a ridurre il rischio di lesionare qualche arteria che, per fortuna, era stata risparmiata dal colpo.

Più di una volta Miguel era svenuto, mentre il battito cardiaco, continuamente auscultato da Lafouche con una specie di lungo imbuto posato sul petto, si era fatto debolissimo e aritmico per la gran perdita di sangue e i continui collassi; ma ogni volta Moriel era riuscito a rianimarlo, grazie a vigorosi e ripetuti colpi sullo sterno e a gocce di uno strano liquido, estratto a suo dire da una pianta e capace di rinvigorirne l'azione. Solo alla fine della giornata, quando ormai il sole era basso sull'orizzonte, il lavoro del medico potè dirsi ultimato: la gamba era convenientemente ricomposta e fasciata e perfino un po' di colore era tornato sul volto del ferito che ora dormiva profondamente, ancora in preda alla febbre ma senza i brividi e al sudore freddo che lo avevano scosso per gran parte della giornata.

Moriel e Lafouche erano esausti. Laurent Lamort li aveva osservati con lo sguardo soddisfatto, mentre si ritiravano nella cabina che era stata loro assegnata, sempre controllati a vista da uno dei pirati. Prima di chiudere la porta della cabina, Moriel fece in tempo a vedere, all'orizzonte, la linea scura di una terra verso la quale si stavano dirigendo. L'isola di Tortuga – aveva sentito sussurrare dai pirati – il covo degli assassini che stavano terrorizzando l'oceano. Ma lui era troppo stanco per provare interesse o paura; quelle sarebbero stati sensazioni del giorno dopo.

Ci volle tutta la notte e tutta la mattina seguente per arrivare vicino all'isola e catturare il vento e la giusta marea per entrare nella baia. Per allora Moriel e Lafouche si erano completamente ripresi, come erano visibilmente migliorate le condizioni di Miguel Montega, il ferito che, per volere di Moriel, era stato riportato sul ponte di prima mattina a godersi il sole e l'aria pura e che, grazie alle continue cure dello scienziato e del suo assistente e alla sua tempra fortissima, si poteva ormai considerare fuori pericolo. Verso mezzogiorno, con il favore della marea, la Sirène prima, e poi la Terrible, erano entrate in porto, ancorandosi nella vasta rada, protetta da un poderoso forte di pietra che costituiva l'essenza e la ragione d'essere della Tortuga.



***

Nota per il lettore:
Come ho già detto altrove, è mia intenzione
pubblicare e
illustrare tutti i capitoli di questo libro.
Ho già una bella età e spero di farcela...
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